intanto Maeda

26 giugno, 2007

JOHN MAEDA
John Maeda nasce da una famiglia di classe media; suo padre è un artigiano il cui desiderio è che i suoi figli si istruiscano per non dover faticare come lui nella vita. Nel 1984 Maeda entra al MIT, seguendo una delle sue materie preferite, la matematica. Mentre sviluppa le sue capacità nella programmazione si imbatte in un libro su Paul Rand e capisce cosa vuole fare nella vita. Per completare la sua educazione e approfondire l’altra sua passione, cioè le arti visive, frequenta una scuola d’arte in Giappone. Si rende conto così che questi due campi, dell’arte e della tecnologia, sono separati tra di loro ed è difficile riuscire a conciliarli. Negli anni ’80 l’ingresso dei computer nel mondo dell’arte e del design aveva provocato critiche oltre ad una grande fascinazione per molti e le opinioni si divisero in pro e contro. Chi era contro sosteneva che la disciplina era stata abbandonata in favore di metodi “per tentativi” e copia-incolla, attratti dal risultato immediato, lavorando senza più seguire una forte idea di base e ottenendo prodotti meno intensi e rigorosi. Dall’altra parte c’erano designer di talento convinti di poter sfruttare e guidare il nuovo medium. All’interno di questo panorama, John Maeda dimostra che il computer è si un mezzo potente che può essere usato per creare un design altrettanto potente; la condizione affinché questo accade è che chi lo usa conosca in profondità questo strumento, quando non è addirittura lui stesso a programmarlo. Maeda propone dunque una via di mediazione tra arte e tecnologie sostenendo che è necessario entrare nella natura profonda del mezzo che si sta utilizzando invece di emulare con esso strumenti e tecniche tradizionali. Lui cerca di contrastare la percezione comune del computer come un oggetto fisico con mouse, tastiera… perché l’identità vera di questo mezzo è nella sua natura profonda, matematica.
<Il computer genera complessità. L’industria dei computer lo obbliga ad essere più veloce, migliore e potente di com’è al momento. Ma se consideriamo un computer non corrotto dal software, incapace di operare; non sarebbe più capace di imporre complessità del granello di sabbia di cui è fatto. Come possiamo permettere alla macchina di esistere nel suo stato naturale e incorrotto,  sbloccando la sua apparentemente infinita potenza?> 1
Andare al codice significa andare alla radice, mentre l’uso tradizionale del computer si basa sulle interfacce grafiche che semplificano le operazioni che compiamo con esso ma allo stesso tempo rendono i suoi processi meno trasparenti.2
Nonostante questa sia un’impresa troppo grande da portare a compimento per una persona sola, Maeda la persegue lavorando nel campo dell’arte, del design e attraverso l’insegnamento al MIT. Lui cerca di cambiare la nostra comprensione del computer e di mostrarci la bellezza del codice, sentito solitamente come qualcosa di estraneo e incomprensibile. A questo scopo scrive un libro nel 1999, intitolato ‘Design by Numbers’. Il suo obbiettivo non è suggerire che il design possa essere prodotto dalla macchina, cosa secondo lui impossibile perché il design è intuizione e talento, non intelligenza e regole. In questo libro Maeda introduce alle basi della programmazione attraverso un linguaggio fatto per attrarre visivamente e allo stesso tempo trattando di un codice che produce oggetti visivi. Tutto questo sforzo è motivato dal fatto che, solo entrando in questa nuova ottica e comprensione del mezzo informatico potremo apprezzare le opere che da esso nascono senza il bisogno di ridurle agli schemi tradizionali per valutarle e capirle. Infatti il medium informatico è diverso da tutti gli altri perché è l’unico in cui il materiale e il processo che dà forma a questo materiale, sono della stessa natura, cioè numeri.


1 <The computer breeds complexity. The computer industry forces it to be faster, better, and more powerful than its at-that-second incarnation. But consider a computer that is untainted by software, incapable of operating: it would be no more capable of imposing complexity than the grains of sand from which it is made (silicon). How do we allow the machine to exist in its natural uncorrupted state, while unlocking its seemingly endless potential?> dall’introduzione di John Maeda – ‘Maeda@Media’. 

2 Noi ci affidiamo a degli strumenti sperando che il loro comportamento corrisponda a ciò che una data icona “promette”. Ma cosa succederebbe se le interfacce tradissero la nostra fiducia? ‘Net.art’

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: