numero 3: joshua davis

3 luglio, 2007

JOSHUA DAVIS
Joshua Davis è un web designer e artista dei nuovi media, nato a San Diego nel 1971. Dopo il liceo insegna snowboarding in Colorado ma un giorno decide di partire per New York, perché vuole diventare un artista; dopo un periodo difficile, di dipendenza da alcool e droga e mancanza di denaro, inizia a studiare illustrazione al Pratt Institute a Brooklyn. Lascia gli studi per iniziare a lavorare come web designer e inizia a usare Flash e JavaScript spingendoli oltre i loro limiti consueti e facendo man mano prendere vita alle pagine web. Si fa conoscere negli anni ’90 soprattutto con il sito di una community sul design, Dreamless.org, e con il sito Praystation.com che vince il premio Ars Electronica nel 2001 nella categoria Net Excellence.
Quest’ultimo è una sorta di comunità di apprendimento a distanza in cui si mostrano le potenzialità di Flash e si rendono disponibili al pubblico i codici di sviluppo di queste sperimentazioni.
Questo sito che vuole essere una collezione di piccoli moduli, esperimenti e pensieri, subisce numerose revisioni. Inizialmente­ recupera e reinterpreta codici e segni dei video games classici e moderni e poi assume una struttura basata su calendario in cui i vari moduli sono inseriti nel giorno in cui vengono completati. L’aver vinto il premio Ars Electronica fa di Joshua Davis non più solo un innovativo web designer bensì un artista che usa il codice come medium, anche se i musei e i collezionisti mettono ancora l’accento sulle stampe che lui produce. Vendere un’immagine che congela la rappresentazione del suo software in un momento singolo è però una sorta di contraddizione perché il suo lavoro dovrebbe vivere nella macchina, la sua creatività sta nel codice che ha scritto e nel processo di generazione più che nel risultato finale. Joshua Davis usa l’elemento casuale in un ambiente controllato: infatti scrive del codice che decostruisce una realtà definita e la ricostruisce poi casualmente, creando un nuovo lavoro come risultato finale. Crea quelle che chiama “generative composition machine5: applicazioni scritte usando codice open source e Flash per modificare i suoi schizzi di partenza. Queste “art-making machines” si trovano anche in un altro suo progetto, once-upon-a-forest.com, e permettono agli utenti di generare immagini sempre diverse. Lui scrive degli algoritmi appositi che selezionano casualmente degli elementi da un database di immagini disegnate a mano e poi le trasformano, compongono e collegano. Il risultato sorprende sempre perfino lui stesso. I suoi lavori sono fatti in vettoriale, usando Flash and Illustrator, dunque possono essere riprodotti in ogni dimensione. Oltre a fare ricerche personali lavora per clienti molto noti, da Nokia ai Red Hot Chili Peppers. Joshua Davis ammira Jackson Pollock per la sua abilità di padroneggiare l’elemento accidentale, perché ha mostrato la bellezza che c’è nella casualità e per l’idea che la sua arte è il processo di creazione più che il prodotto finale. Detto con le sue parole:Tra gli artisti moderni mi identifico idealmente con Jackson Pollock, non perché sono un fan del suo stile visivo ma perché lui si è sempre considerato un pittore, anche se molte volte il suo pennello nemmeno toccava la tela.”6


5 Scott Kirsner; The Chaos of Joshua Davis, Wired Magazine n. 14.03, Marzo 2006. 

6Among modern artists I conceptually identify with Jackson Pollock – not that I’m a particular fan of his visual style, but because he always identified himself as a painter, even though a lot of the time his brush never hit the canvas.”Joshua Davis, http://www.joshuadavis.com

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